Cadere per essere reali

Qual è il senso profondo di precipitare a terra?

Non lo so, è un po’ come se la vita mettesse alla prova per vedere se sono o non sono in grado di reggere la caduta.

Di quanta vanità ho gonfiato la mia esistenza? Quanto è alto il mio trono di nulla sul quale mi siedo e dal quale pontifico?

Bene, a volte la vita mi agguanta con la sua mano inesorabile per schiacciarmi a terra e vedere quant’è violento l’impatto.

Un mezzo a t quadro.

E allora cosa rimane di me se la connessione con ciò che riconosco di superiore viene tranciata? Quali sono le modalità della mia macchina di gestire la vita?

Posso parlare di aver trasformato concretamente qualcosa se quando mi lascio completamente in balia dei miei automatismi mi comporto come un selvaggio? O forse i risultati del mio lavoro su di me li posso misurare unicamente in base a come e quanto ho imparato a gestire questi automatismi?

Ovvio la mente vorrebbe fare degli estremi, la verità sta da qualche parte in mezzo.

Da una parte il lavoro su di sé trasforma gli automatismi, dall’altro permette di avvicinarsi ad una gestione più cosciente di ciò che mi accade dentro.

Per non parlare del fatto che la vita nel suo procedere fa accadere cose straordinarie, eventi che non possono far a meno di cambiare l’esistenza. Parlo di matrimoni, nascite di figli, disgrazie.

E allora forse non è già la vita a provvedere a generare tutte le condizioni necessarie affinché in me avvenga una trasformazione? Perché mai dovrei sbattermi e mettermi a lavorare su di me? A questo punto, cosa significa lavorare su di me?

Immagine di yanadhyana, DeviantArt

Forse lavorare su di me, erroneamente ed inconsapevolmente, ricade nella classificazione di “ottenere dei risultati spirituali”, ovvero la traslazione in ambito spirituale di qualcosa di prettamente culturale, cioè la scalata al successo. Conseguire un obiettivo, dirmi nel mio segreto di essere qualcuno perché sono stato in grado di applicare questo o quell’insegnamento.

Ma non posso credere che tutti gli insegnamenti esoterici portino invece a questo, cioè a risolvere problemi contingenti della vita quotidiana.

No, non può essere così. La ricerca della verità non è questo, non è fatta di trucchetti psicologici. Questa è roba da magazine da quattro soldi.

La ricerca della verità è tutt’altro ed è collegata al concetto di scala: scala spaziale, scala temporale, scala esistenziale. Sono un piccolo puntino nell’universo, sto vivendo un frangente di un’eternità impalpabile e da qualche parte in me c’è una voce che cerca di farsi largo in tutti i modi affinché possa allinearmi con la ragione per cui sono qui oggi.

No, il lavoro su di sé, o spiritualità, o ricerca della verità, che per quanto abbiano sfumature diverse per me sono sinonimi, non possono essere solo piccole pratiche.

Come mi fu detto, questo lavoro è: o tutto o niente.

Significa che da una parte occorre che viva al 100% questa vita, senza astrarmi, senza far sì che l’osservazione di me crei distanza dalla realtà.

Al tempo stesso, occorre che il mio centro di gravità sia però esterno alla vita: tutto ciò che mi accade va ricondotto a punti eterni, ai tesori nel cielo.

È come un respiro: inalo gli eventi di questa vita e li deposito nell’eternità.

Inalo brezze di eternità e lascio che si disperdano nella vita, nutrendola.

Io, quell’Io con la I maiuscola, vive a cavallo tra questi due mondi.

E il mio compito è ricordarmene.

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