Enneatipo 5

Un giorno Mullah Nasreddin vide un gruppo di persone radunate intorno ad un lago. Richiamato dai loro schiamazzi, si avvicinò per capire cosa stesse succedendo.

«Dammi la tua mano!» udì nell’avvicinarsi. Un uomo era proteso sulla riva nel tentativo di aiutare un altro che, precipitato in acqua ed evidentemente non capace di nuotare, stava cercando di mettersi in salvo. La persona in pericolo non sembrava in alcun modo intenzionata ad accettare l’aiuto.

Nasreddin capì subito cosa stava succedendo.

«Lasciate fare a me, ci penso io!» esordì. Quando gli altri si fecero da parte, si protese alla stessa maniera dell’altro uomo.

«Prendi la mia mano!» urlò all’uomo in acqua. Questi con un colpo di reni afferrò la mano che gli era stata porta e si mise in salvo.

Un enneatipo Cinque vuole avere completa autonomia decisionale. Dà ciò che intende dare e vive le richieste altrui come violenza alla propria persona. È lui a decidere cosa, come, quando, quanto e perché.

Chi intende aiutare queste persone, per quanto ci metta tutta la buona intenzione del mondo, è facile che si trovi una porta chiusa in faccia. Il permettere a qualcuno di aiutare è vissuto comunque come un dare qualcosa: perché quella persona che sta affogando non vuol dare la mano? Perché permettere a qualcuno di intervenire nella propria vita significa, per un Cinque, dare qualcosa di importantissimo. Significa dare spazio a qualcun altro all’interno della sua privacy.

La privacy è per questo enneatipo un elemento chiave, se non il principale. Fin dall’infanzia si è sentito ripetutamente invaso e già allora compiva continuamente sforzi per rilegarsi la sua fetta di territorio in cui costruire la sua tana, la quale assume un valore mistico. Il periodo passato al di fuori di essa è vissuto con una certa tensione e, per tutta la sua durata, è intessuto di un richiamo che costantemente ricorderà l’urgenza di tornare lì, nella propria torre, bunker, trincea. Se questa non esiste ancora, l’impellenza è quella di crearla.

Per fortuna esistono bisogni primari di cui occuparsi, altrimenti i motivi per uscirne (già in quantità scarsa) sarebbero veramente ridotti all’osso! Ci deve essere un motivo validissimo per compiere un simile gesto, effettivamente il rischio di incontri sgraditi è sempre dietro l’angolo. Per cui molto meglio fare i conti in anticipo e valutare chi potrebbe passare dal vialetto ad una certa ora, ricordarsi in quale vagone tende solitamente a sedersi quella persona ed evitare accuratamente di prendere l’ascensore se c’è un po’ di folla.

Questo non significa però autoemarginazione assoluta. Esistono poche persone fidate a cui prestare ascolto, con le quali il “gioco degli spazi” è ormai riconosciuto ed assodato: queste sanno che l’amico Cinque tratterrà ciò che è d’interesse e di rilievo per se stesso. Non se la prenderanno se tutto ciò che c’è di superfluo verrà ignorato, talvolta anche con una certa freddezza. Queste persone sanno bene, come il nostro Mullah, che “prendere la mano” è ben diverso dal “dare la mano”!

Effettivamente il gesto di “prendere” è molto caratteristico dell’atteggiamento assunto da queste persone nei contesti sociali. Stanno in disparte, osservano, agguantano ciò che c’è da agguantare e se ne vanno senza soffermarsi troppo in inutili convenevoli. Il coinvolgimento è tanto irrilevante quanto dannoso: toglierebbe spazio ad un’analisi obiettiva del contesto, che altrimenti andrebbe a sporcarsi di quell’emotività che tutto ha fuorché di oggettivo.

Se potessero, diventerebbero invisibili per poter osservare nella maniera più imparziale possibile qualsiasi situazione di interesse.

[tratto da: Enneagramma, i Nove abitanti della Terra]