Essere al servizio – umiltà o umiliazione

Nel mio lavoro quotidiano di farmacista mi ritrovo continuamente a contatto con delle persone, rispetto alle quali mi trovo in una posizione di servizio.

È molto interessante osservare le diverse modalità con cui gli altri si approcciano a me.

C’è chi mi chiama dottore e mi dà del lei, chi esordisce con «allora, mi devi dare…» senza aver nemmeno salutato, chi con un sorriso imbarazzato cerca di spiegarmi il suo problema e così via.

Ovviamente non rimango impassibile di fronte a tutto questo, e per quanto abbia deciso che il mio ruolo preveda cortesia e gentilezza in ogni occasione, non mi viene sempre così facile. Ammetto che è una buona palestra per osservare le mie reazioni.

In quell’attimo di secondo in cui una persona entra dalla porta e viene verso il banco posso già intuire tutta una serie di cose. Chi sta andando di fretta perché deve spuntare la sua to-do list quotidiana, chi ha bisogno di un consiglio, chi ha del tempo libero e vuole curiosare dei prodotti, eccetera.

Poi c’è l’incontro: nella maggior parte dei casi c’è un incontro di sorrisi ed una richiesta, altre volte c’è una pretesa. È molto interessante osservare come ci capiti di considerare a nostra disposizione chiunque stia in quel momento lavorando.

Ad esempio c’è chi con la scusante “tanto non c’è fila” si prende il tempo di lamentarsi a spron battuto di qualsiasi cosa. C’è chi nomina un farmaco alla volta facendomi fare avanti-indietro 3-4 volte. O chi sta al telefono mentre io son lì a guardarlo. In occasioni come queste ringrazio veramente di aver potuto lavorare su di me in questi anni quel minimo per non ritrovarmi a prendere tutto così sul personale. Sì, ancora ho delle difficoltà a non reagire interiormente a chi si presenta due minuti dopo la chiusura per comprare stupidaggini (la maggior parte delle volte si tratta di casi del genere e non di reali emergenze). Vabbè, work in progress.

Prendere sul personale, dicevo.

Ecco, per comprendere meglio questa faccenda faccio un altro passaggio, mettendomi nei panni del cliente.

Quando vado a far carburante posso notare come dalla mia bocca uscirebbe «pieno, grazie». A ben pensarci però non è un atto cortese. Non lo è perché:

1 – mi verrebbe da dirlo senza aver visto in faccia il benzinaio;

2 – sto dando per scontato in generale questa persona.

Ormai la mia modalità è dunque diventata: «mi farebbe il pieno per cortesia?» cercando il suo sguardo.

Con questo piccolo atto intenzionale possiamo trarre beneficio in due, ovvero

  • Posso scendere dalle mie nuvole dove il far benzina è solo un breve intervallo tra un impegno e l’altro. Non c’è in alcun modo tra le mie intenzioni quella di mancare di rispetto al benzinaio, semplicemente io non ci sono.
  • Posso dare la possibilità all’altro di essere riconosciuto come essere umano e non come mezzo.

 

La lavanda dei piedi, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova

Quindi la differenza tra umiltà ed umiliazione dove sta?

Dato che ci sono passato di persona posso notare come il senso di umiliazione nasca dal non essere riconosciuti e valorizzati per ciò che si ritiene di essere. A volte questo stato si reitera perché si è gettata la spugna, ma non in maniera sana: si accompagna infatti a rancore.

L’umiltà sta invece nel riconoscere il proprio ruolo e svolgerlo al meglio delle proprie possibilità – anche emozionali, osservando quando certe cose ci pungono sul vivo. A quel punto si può ingaggiare una lotta per dare o non dar seguito alla cascata di associazioni mentali che si originano da quell’emozione. Insomma per agire l’umiltà occorre uscire da sé stessi ed avere una visione globale.

A tal proposito il flusso di pensieri è “io ho reagito così per motivi X, l’altro ha agito/reagito così per motivi suoi”. Se lascio spazio all’orgoglio sarà sicuramente una strage.

Umiltà non significa nemmeno farsi umiliare. Non deve diventare la scusa per fare gli zerbini. Tuttavia occorre una certa dose di saggezza per comprendere la differenza tra quella che sarà una nostra reazione polemica da quella che è un’azione accorta finalizzata ad uno scopo. La maggior parte delle volte apriamo bocca per reazione senza avere chiaro il quadro di insieme, dunque compiamo l’azione sbagliata ed ecco che si alimenterà quello stato di negatività generale.

Stato di negatività generale che già governa il mondo e al quale quando posso vorrei non dare ulteriore seguito.

Non credo esista umiltà meccanica.

Esiste l’essere punti sul vivo e il non essere punti sul vivo.

Quando sono punto sul vivo e riporto alla mia consapevolezza le virtù ed i miei ideali, posso ingaggiare una lotta interiore.

Ma quando sono punto sul vivo e trattengo o reagisco, soccombo alla negatività dilagante, al sonno della consapevolezza.

Quando una cosa che fino a tempo fa mi pungeva sul vivo ed ora non lo fa più può indicare due cose

  • o mi sono rassegnato (vedi: serbo rancore e sono cieco)
  • oppure veramente sono andato oltre quella cosa.

Certo non c’è una regola generale, non sono un Io bello formato e costante e molto dipenderà dalle giornate, da cosa ho mangiato la mattina, da cosa dovrò fare la sera e così via, ma se non c’è nessuno in me ad osservare queste dinamiche non farò altro che perpetrare una spirale discendente che, una volta toccato il fondo, solo allora mi permetterà di crescere.

Mi piacerebbe però ottimizzare i tempi, ecco allora che quando accadono certe cose (se mi ricordo) mi sforzo di esserci, così da non aspettare che il mondo mi caschi addosso per arrivare finalmente a svegliarmi.

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