Ho trasformato qualcosa oppure no?

Nella nostra visione ahimè inconsapevolmente neoliberista della spiritualità (guarda questo video, che consiglio a chiunque voglia finalmente capire qual è l’intreccio tra psicologia, politica, economia e sociologia oggi), visione neoliberista, dicevo, secondo la quale «dobbiamo crescere» e «è necessario fare progressi», ma potrei anche aggiungere «dobbiamo ridurre le spese (energetiche)», abbiamo bisogno di parametri di riferimento per comprendere che direzione stiamo prendendo. Per valutare cioè se gli sforzi che facciamo ci stanno effettivamente portando da qualche parte o si tratta di un vicolo cieco.

Alcuni dati sono più facili da raccogliere: ad esempio come trattiamo le altre persone, gli animali, l’ambiente sono forse gli indicatori più semplici con cui misurarci.

Tuttavia oggi vorrei parlare di un altro indicatore molto importante, che se vogliamo sottende anche quello precedente:

ho o non ho trasformato le mie reazioni?

Prendiamo un esempio: ho a che fare con un bambino che nella sua semplicità sta giocando dove dovrei passare io.

Già ponendo dentro di me la frase in questa maniera dovrei accorgermi di una cosa: per un qualche diritto autoattribuito, è lui che si trova dove dovrei passare io e non che io rischierei di interrompere la sua attività.

Ma non soffermiamoci, andiamo oltre.

Per qualche motivo, invece di scansarlo e andare oltre, potrebbero sorgere in me un certo tipo di pensieri, ad esempio:

«Beh, è un bambino, è normale che giochi anche se mi dà fastidio». Oppure «So che non dovrei reagire male, dopotutto il suo comportamento è più che giustificato». Questi sono già pensieri di una certa levatura, molto meglio di «Ma guarda te questo bambino, dove diavolo sono i suoi genitori?» o qualcosa del genere.

Bene: se anche sono riuscito ad avere questi pensieri positivi riguardo al bambino non posso parlare di aver effettuato una trasformazione in me, ma solo un cambiamento.

Ovvero la mia reazione spontanea di fronte alla presenza del bambino è ancora negativa, ma nonostante questo il mio comportamento è diverso (se notate nella prima frase abbiamo detto “… anche se mi dà fastidio”): se sto provando fastidio vuol dire che la reazione della mia essenza è stata appunto di fastidio, mentre la mia personalità è subentrata in un secondo momento come forza positiva “so che non dovrei reagire male…”

Transformation – opera di Satish Kale

Il messaggio che voglio passare sembra difficile ma così non è:

La prima reazione che abbiamo di fronte ad un evento è di tipo essenziale, spontaneo, parla di chi siamo noi veramente.

La seconda reazione, ovvero “la reazione alla reazione” è legata alla personalità, la quale attiva tutta una serie di ragionamenti sulle questioni. Questo è uno di quei casi in cui possiamo riconoscere il ruolo fondamentale e costruttivo della personalità, la quale può andare più avanti della nostra essenza (ferma al livello di una bestia) e sondare nuovi orizzonti. In quel momento, cioè quando cerco di comprendere il bambino nonostante la mia reazione ostile, la personalità sta facendo ciò che un’essenza matura sarà portata a fare un domani, ovvero comprendere la situazione e vedere che ciò che si sta verificando non potrebbe andare diversamente da così.

La trasformazione, quindi, prevede che la nostra prima reazione (della nostra essenza) sia diversa da quella “solita”, la quale è ferma ad un livello pari o inferiore a quello di un animale. È la personalità a farci comportare “da persone civili” quando vorremmo combinare una strage. Tuttavia ogni volta che si verifica un evento del genere non possiamo parlare di una trasformazione avvenuta.

Per me questo modo di ragionare è una bussola importantissima per capire cosa diavolo sta capitando dentro di me. Non credo di poter andare oltre un tot nella comprensione di me stesso se non insisto a dividere ciò che è essenza da ciò che è personalità.

È l’essenza l’oggetto della trasformazione, ed è un obiettivo più lontano rispetto al cambiamento che può invece coinvolgere la personalità.

Il cambiamento a livello della personalità è il primo passo. Il «passo zero», che avviene ancora prima, è relativo in realtà all’essenza: quella misteriosa esigenza di una vita diversa, quel riconoscere il profumo che proviene da oltre la vita.

Il primo passo invece è proprio legato alla personalità, al cambiare modo di pensare, al fare entrare nuove informazioni che siano finalmente costruttive affinché l’essenza possa trasformarsi. Ma la trasformazione dell’essenza avverrà in un secondo momento, molto più avanti, dopo che tramite le nuove conoscenze acquisite tramite la personalità potrò osservare, imparare a nominare i miei atteggiamenti, riconoscere le mie reazioni e così via.

Ed allora senza dover far emergere nemmeno un pensiero, comprenderò con chiarezza che quel bambino è nel posto giusto al momento giusto, ed io anche, e che tutto è perfettamente armonico. Perché non potrebbe essere diversamente. Il mio stato dell’essere è cambiato.

Avrei voluto finire così, ma preferisco aggiungere un’altra pillola di esperienza personale a costo di sacrificare un finale così romantico.

Di fronte a situazioni analoghe come a quella descritta, non posso ancora parlare di trasformazione se una volta reagisco male e l’altra reagisco bene. Posso parlare di trasformazione quando effettivamente una cosa che prima facevo spontaneamente ora non accade più. Se a volte accade e altre volte no, è un po’ come se l’acqua che ho messo a scaldare stia ancora bollendo: una parte è liquida, una parte e gassosa. Il passaggio di stato da liquido a gas non si è ancora completato. Occorre ancora insistere e insistere in questa direzione fino a completa trasformazione di stato.

 

Ricordo di nuovo la visualizzazione di questo video. Fatti un regalo prezioso per oggi e ascoltalo con attenzione.

2 commenti
  1. Avatar
    Stefano dice:

    Grazie Luca per queste pillole di saggezza nel lavoro su di sé.
    L’intervento di Mauro Scardovelli
    È a dire poco magistrale. Lo ammiro perché riesce ad unire il lavoro su di sé con il suo specchio, la società

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    • Avatar
      Luca Giorgetti dice:

      Credo debba essere proprio questa la direzione da intraprendere: far sì che il lavoro su di sé possa specchiarsi nella società

      Rispondi

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