La non-espressione delle emozioni negative.

In settimana, mentre si parlava in un gruppo di Lavoro, mi sono reso conto che l’argomento trattato mi richiamava alla memoria un video che mi aveva colpito, dove alcuni spunti mi erano risultati illuminanti.

Così molto semplicemente riporto di seguito ampi stralci di un video di Asaf Braverman, che aveva a oggetto proprio le emozioni negative e in particolare, dopo il riconoscimento, l’esercizio appunto di non-espressione delle stesse. Come spesso nei suoi video, mi aveva colpito il fatto che possiamo anche partire dalla teoria – e così da frasi di Gurdjieff e Ouspensky che riguardano il tema affrontato – ma senza mai dimenticarci la nostra cara “pratica”.

Una mia primissima considerazione, data dalla lettura e dalle riflessioni nate in gruppo. Noto che se la non-espressione delle mie emozioni negative non va nel senso della mia “trasformazione”, allora probabilmente hanno ragione quelli che mettono l’accento sulla pericolosità della repressione delle nostre emozioni.

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“Auto-osservazione e studio di sé devono, innanzitutto, essere accompagnate dalla lotta contro l’espressione delle emozioni spiacevoli” (Gurdjieff).
Questo insegnamento descrive l’uomo come una molteplicità. I miei pensieri, le mie sensazioni fisiche, i miei impulsi motori e le mie emozioni, sono tutti “io”. Un “io” emerge, esiste per brevi attimi, e viene poi sostituito da un “io” nuovo e differente. Ogni “io” parla a nome del tutto, come se io fossi unificato, ed è questo il motivo per cui li chiamiamo i molti “io”. Il senso di “io” dietro i nostri “io”, tuttavia, non è lo stesso.
Per esempio, in un momento neutro, è abbastanza facile per me sollevare la mano davanti agli occhi e guardarla come se si trattasse di una leva meccanica composta di scheletro, muscoli e tessuti, che non è “me” – che non sono “io”. Ma se la mia mano fosse ferita e mi facesse male, sarebbe molto difficile per me mantenere tale separazione. Lo stato di “io” che emerge in un momento di negatività – rabbia, paura, ingiustizia – sopraggiunge con un senso di “io” particolarmente forte, ed è questo il motivo per cui per opporsi alla loro espressione è richiesto uno sforzo particolarmente intenso.
“L’idea è quella di creare una resistenza, senza la quale non è possibile osservare. E questa creazione di una resistenza è l’introduzione allo studio delle emozioni. Senza di essa non potremmo vederle” (Ouspensky).
Nel mito indù della “Zangolatura dell’Oceano di latte” , maggiore è la forza dell’abitudine, maggiore deve essere la forza della disciplina se vogliamo mantenere l’equilibrio tra le due parti. Se ottengo un successo concreto nell’oppormi alla negatività resistendo all’impulso di esprimerla, allora la frizione generata da questa “zangolatura” interiore risulterà essere di gran lunga maggiore della separazione dal mio centro motorio in un momento neutro, come nell’esempio di osservare la mia mano come se fosse qualcosa di separato da me.
Allo stesso modo, si noti come nell’immagine della zangolatura gli Asura vengano raffigurati con una connotazione negativa, mentre i Deva hanno volti neutri, umani.

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La frizione genera energia. L’attrito fisico genera il fuoco. Se prendiamo un bastoncino di legno e lo strofiniamo lungo una superficie compatta, l’attrito prolungato finirà per generare una combustione. Il legno si trasformerà in fiamma. La frizione interiore causata dalla non-espressione delle emozioni negative ha la potenzialità della combustione, la potenzialità della trasformazione.
“Alcuni ‘io’ intellettuali sono indipendenti dal centro emozionale e possono vedere le cose in modo imparziale. Possono dire: ‘Ho provato questa emozione negativa per tutta la vita’. Ne ho ricavato un solo centesimo? No. Ho solo pagato, e pagato, e pagato. Ciò significa che era del tutto inutile” (Ouspensky).
La trasformazione in questo lavoro avviene sul livello della mia identità, del mio senso di “io”. Dal momento che gli “io” negativi portano con sé un più forte senso di “io”, l’opporsi alla loro espressione possiede la maggiore potenzialità di districare tale senso di “io” separando dai molti “io” l’”io” reale. Questa trasformazione di identità deve essere alla base del mio sforzo. Tornando al mito indù, in un primo momento quando Deva e Asura cominciano il tiro alla fune con il monte Mandara, la montagna comincia a sprofondare dentro l’Oceano di Latte e lo sforzo della zangolatura va sprecato. Vedendo ciò, il divino Visnù assume le sembianze di una tartaruga per sostenere il monte alla base, permettendo alla zangolatura di continuare finché il Nettare dell’Immortalità non viene recuperato. Questo aspetto del mito punta all’importanza delle fondamenta.
Su quale fondamento faccio resistenza alla espressione della negatività? Posso evitare di rispondere per le rime al mio capoufficio, per evitare di perdere il lavoro; posso trattenermi dal prendere a male parole un estraneo, per evitare una rissa; posso fare a meno di criticare un amico, per non perdere il suo favore; tutti questi sono esempio di non-espressione di emozioni negative, ma non in ragione della trasformazione.
Visnù rappresenta il Signore e Padrone o l’”io” reale. La non-espressione della negatività dovrebbe essere fondata sulla trasformazione del senso di “io”, dai molti “io” al Padrone – l’”io” reale.
Avere successo significherebbe che il mio senso di “io” non sarebbe più qualcosa che fluttua in balia di un pensiero, di un impulso, di un’emozione. Il mio senso di “io” diverrebbe una permanente presenza indipendente dai molti “io” e loro osservatore.
La trasformazione offerta da questo lavoro è la trasformazione dell’”io” dalla pluralità all’unità.

(Asaf Braverman)

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