Padre in gestazione

In una delle diverse notti insonni, di quelle in cui qualsiasi pratica non è sufficiente a quietare la mente, ho pensato di rivolgermi alle infinite risorse del web in cerca di qualcosa in cui specchiarmi.

D’altronde la paternità è qualcosa di abbastanza diffuso, pensavo, di conseguenza saranno stati versati litri e litri di inchiostro a tal proposito.

Invece sorprendentemente no.

Ci sono alcune rare testimonianze alternate a statistiche sull’insorgenza di depressioni, problemi d’ansia e separazioni. Una curiosa escalation rappresentativa di una società che non comprende il cambiamento.

Fatto sta che ho avuto il buon cuore e il giusto grado di amore per me stesso per chiudere tutto e tornarmi a letto.

Ma no, queste righe dovevano venire fuori. Allora eccole:

 

Padre in gestazione – cosa vuol dire star diventando padri

Prevedo che l’atto della nascita sia talmente forte e importante da cancellare con un colpo di spugna tutto ciò che invece riguarda l’attesa, cioè quei 9 mesi che dovrebbero essere d’aiuto per prepararsi al grande momento. Allora ne approfitto per scrivere ora, che sono bello fresco.

Tutto ciò a cui un uomo viene preparato è questo:

«Dovrai essere di supporto alla moglie. Dimenticati il sonno».

Fortunatamente qualcuno aggiunge «sarà l’esperienza più bella della tua vita».

In questo strano silenzio che pervade la paternità vorrei sussurrare alcune dinamiche che travalicano questi tre assiomi un po’ semplicistici.

Forse da uomini ci vergogniamo un po’ di più a parlare di certe cose. Oppure sono solo io ad avere questo genere di pensieri. Tuttavia propendo ampiamente per la prima. Quindi rompiamolo, questo silenzio.

  • Il senso di inutilità. La gravidanza è un fenomeno strettamente femminile e da uomo posso osservare dall’esterno i cambiamenti quotidiani che avvengono ai protagonisti indiscussi dell’evento (moglie-nascitura). Egoisticamente mi domando: e io? Osservo dall’esterno un miracolo svilupparsi tra due persone. Un bello smacco all’egocentrismo. Inoltre, servo solo a far da counselor e a portar a casa i soldi? In questo periodo storico che sicurezza potrò mai dare, poi? Un registratore inceppato.
  • Il senso di responsabilità. Credo vada di pari passo col punto precedente, cioè: ritengo di dover fare qualcosa di più perché vorrei essere responsabile ed all’altezza della situazione. Cosa significa esattamente? Accorgermi che il mondo non gira più intorno a me, abbandonarmi all’idea di una vita di sacrifici come viene detto in certi articoli angoscianti?

Non mi cavo dalla testa una frase che ho letto da JG Bennet: l’uomo e la donna costituiscono l’elemento ricettivo rispetto alla forza attiva della natura che spinge a manifestarsi e perpetrarsi dando luogo ad una nuova vita. Questo significa che la donna è chiamata a svolgere un ruolo più vicino alla sua natura, mentre l’uomo dovrà recitare una parte sensibilmente diversa da quella a cui è abituato.

Questo introduce il successivo punto, cioè

  • Il controllo. Non c’è possibilità di controllo su quasi nulla di ciò che sta accadendo o accadrà. Analisi del sangue e visite per quanto sensate dal punto di vista medico, sono palliativi da un punto di vista psicologico. Dal canto mio mi sono arreso con facilità all’idea che la vita si mantiene da centinaia di milioni di anni, e che non saranno le mie scelte sbagliate a comprometterne il proseguimento. La vita fa un passo avanti, io indietro, nel senso che le cedo il passo.

Da un punto di vista esterno alla vita, cioè dei valori eterni che potrebbero guidare una persona, questo passaggio potrebbe sembrare fenomenale.

È uno smacco all’importanza personale, è un’apertura verso il sacrificio. Di certo non ci sono più le energie per sostenere maschere inutili, è una lama affilata di verità che taglia via il superfluo – ma a cui non vorrei lasciare ciò che invece c’è di buono, benché sarebbe facile lasciare da parte amici, passioni e tutto il resto.

 

I consigli

Qualche riga la voglio dedicare ai consigli. Non a quelli che elargisco, ma a quelli che ho ricevuto in abbondanza.

Osservando con attenzione le parole che ho ricevuto fino ad oggi, c’è stato ben poco di rivolto a me e molto effetto boomerang. Mi spiego meglio: chi voleva darmi consigli più che altro mi ha proiettato la sua esperienza.

Fortunatamente mi rendo conto che come ritengo che la nostra esperienza (come coppia, presto trio) sia unica, sia unica anche quella altrui. In altri termini i consigli servono a ben poco se prima non c’è stato ascolto.

Osservare cosa ci muove a dar consigli in certi casi potrebbe farci schifare. E dire che pensiamo di farlo per il bene altrui! Non è sempre vero che diamo consigli per il meglio dell’altro. Anzi. Provare per credere.

In sintesi, nella mia testa ho ben chiaro di fianco al consiglio anche la fonte del consiglio, elemento altrettanto se non più importante.

Che tipo di consigli potrebbe mai darmi una persona dominata dalla paura? Ho già parlato a lungo di come funzionino le emozioni negative e di come sia nella loro essenza l’impellenza di dilagare.

Fine excursus sui consigli.

  • Libertà. La libertà è l’ultimo tasto che voglio toccare. Cresciamo, ma rimaniamo con un’idea infantile di libertà. Con l’idea di libertà come sinonimo di “faccio quello che voglio”. Non credo sia questa la definizione di Libertà con la L maiuscola. Qualcuno disse che la vera libertà la conquisti quando impari a privartene. Viviamo in un periodo storico in cui la nascita accidentale di un figlio può essere solo conseguenza di una svista. Se facciamo figli è perché in qualche modo lo decidiamo. Personalmente non ho mai avuto dubbi sul farne o meno, la risposta è sempre stata sì. Non credo che possa essere una decisione razionale: se rimaniamo nella testa, tutto gioca a sfavore del sì. Fino ad ora, la sola attesa di una nascita è stata per me una serie di privazione di libertà: della libertà di fantasticare a vuoto su possibilità inesistenti, della libertà di fare marcia indietro, della libertà di buttare tutto all’aria “che tanto faccio come mi pare”, della libertà di prendermela con il mondo se le cose non vanno bene (quando invece occorre trovare soluzioni e non star fermi a lamentarsi), della libertà di frequentare persone malsane “perché tanto ho tempo”, della libertà di indugiare nella lamentela, della libertà di pensare in un angolo del mio cervello di poter non maturare mai.

Già. A proposito di maturare, leggo che la gestazione porti la donna con grandi sforzi sotto i colpi degli ormoni a maturare quasi per forza. Agli uomini questa spinta non arriva dalla chimica. Eppure la necessità di maturare c’è, se non altro per non rimanere sconvolti dall’esperienza.

Per quanto mi riguarda, essere un padre in gestazione è prendere ogni giorno come verrà. Rimango ancora basito come in certi momenti tutto il lavoro che mi sembrava di aver fatto su di me vada a sciogliersi come neve al sole. È proprio vero che quando siamo nel nostro ruolo siamo maledettamente comodi, esperti, e sicuri; ma come ci ritroviamo in un ruolo nuovo siamo spaesati e soprattutto molto più vicini a come siamo realmente.

Oggi come molte altre volte, la mia gratitudine va a chi è venuto prima di me e mi ha permesso di ritrovare nel cuore quella luce di cui posso ricordarmi anche quando sembra tutto buio.

Fine della spirale discendente nei meandri profondi (e un po’ oscuri) di un futuro padre.

Non vedo ora di conoscerla.

🙂

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